Col termine “Calcàre” o “Calchère”, a seconda delle zone, si identificano le antiche fornaci utilizzate in passato per la produzione della calce, presenti in molte zone del Monte Baldo e non più utilizzate da molti decenni. Si tratta di costruzioni a forma di botte con pianta circolare, in parte interrate e con il tetto forato, dotate di spessi muri in pietra e di un piccolo accesso situato nella parte fuori terra.

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La produzione della calce avveniva con la cottura di pietre calcaree, reperite sul luogo, disposte a semisfera all’interno della fornace. In corrispondenza dell’ingresso, alla base del cumulo di pietre, si ricavava uno spazio libero per accendere il fuoco e introdurre le fascine di legna; questo permetteva anche l’ingresso di aria ossigenata per favorire la combustione.

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La temperatura che si raggiungeva era tra gli 800 e i 1000 gradi ed il fuoco veniva alimentato giorno e notte per una settimana utilizzando fino ad alcune migliaia di fascine.

A due, tre giorni dallo spegnimento i sassi calcarei raffreddati, divenuti calce viva, venivano estratti dalla calcara e gettati in una fossa scavata nel terreno ed irrorati d’acqua, la quale provocava una tumultuosa reazione chimica.

Al termine si otteneva la calce spenta che era pronta per la commercializzazione e l’utilizzo.

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